Quanti di noi, da bambini, si sono sentiti chiedere da genitori, nonni, zii, amici, parenti, cugini e tutto il resto dei congiunti, la fatidica domanda: “Quale lavoro vuoi fare da grande?

Il copione parla chiaro: pranzo di Natale a casa di parenti, tu che scorazzi in giro con i cuginetti che non vedi da una vita.
Ad un tratto arriva quella zia di una certa età, che pensa di averne viste di tutti i colori, ma che in realtà il viaggio più lungo fatto è stato per andare nella parrocchia del paesino vicino… ti blocca con quelle sue mani raggrinzite, ti da un bacio che puzza di sigaretta e profumo scadente e ti fa la fatidica domanda.
Tu, un po’ scocciato per essere stato interrotto nel momento del gioco, cerchi di farfugliare qualcosa a caso, prendi tempo, e rispondi con un generico “un astronauta” oppure “un pompiere”… ma intanto scopri che risponere è più difficile del previsto. Come mai?

Prendo spunto dall’ultima puntata del podcast di Rick Dufer (se non lo conoscete ascoltatelo assolutamente!), in cui spiega dal suo punto di vista perchè la domanda “Quale lavoro vuoi fare da grande?è fondamentalmente stupida e da non porre. Da sostituire piuttosto con “Che persona vuoi essere da grande?”.

Voglio mettere la lente d’ingrandimento, però, sulla prima parte della questione. Se ci focalizziamo sull’evoluzione del mondo del lavoro di oggi, oltre che sulla valanga pedagogica che scatena fare una domanda simile, notiamo tantissime incongruenze con la realtà dei fatti.

Un bambino di 8 anni farà un lavoro che oggi ancora non esiste

La prima di queste incongruenze, è che, molto probabilmente, il ruolo che andrà a ricoprire un bambino che oggi ha 8 anni, ancora non è stato inventato.
Si pensi anche solo all’ambito tecnologico, in 10 anni nascono e si distruggono interi mondi. Come può un bambino di 8 anni, sapere cosa voler fare da grande, se l’ambiente stesso non sa quali opzioni fornire?

Un po’ come se 23 anni fa (quando io ero un ottenne dolce e paffutello), alla domanda fatidica avessi risposto “Voglio fare l’influencer” oppure “Voglio fare il social media manager”. Mi sembra un po’ irrealistica come prospettiva.

In tre parole: non può saperlo

Poniamo per assurdo, che l’assunzione di prima sia falsa.
Il ragazzino in questione, comunque, non potrebbe dare una risposta esaustiva perchè la sua conoscienza sarebbe filtrata dalla sua realtà personale che vive tutti i giorni.

Se ad esempio i suoi genitori fanno l’insegnante ed il medico, può conoscere al massimo questi due impieghi e pochi altri. Ed anche in questo caso, non sarebbe in grado di dare una risposta ragionata in quanto vive solo la parte “casalinga” del lavoro attraverso gli stati d’animo ed i dialoghi della mamma e del papà.

Ma cosa c’è di male nel chiedere ad un bambino cosa vorrà fare da grande?

Oltre la stupidità della richiesta, per i motivi sopracitati, implicitamente si sottintende un’altra domanda: “Cosa ti piace e appassiona fare per cui vorresti essere pagato?

Questo presupposto, rischia di instillare al bambino la convinzione che le passioni e le inclinazioni che mostra a 8 anni, siano sintomatiche di ciò che farà nella vita adulta. Mettendo quindi delle etichette come “Appassionato/a di lego, quindi sarà un Ingegnere Edile” oppure “Gli/Le piace leggere, quindi farà l’insegnante” (notare e apprezzate lo sforzo per includere entrambi i generi negli esempi).

quale lavoro vuoi fare da grande
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Perchè tanta insistenza da parte mia su questa faccenda?

Ci tengo tantissimo a questa tematica, perchè ne sono stato vittima in prima persona.
Come già molti sanno, potessi tornare indietro alla fine delle scuole medie con la consapevolezza di oggi, basandomi solamente sulla carriera lavorativa non farei mai le stesse scelte scolastiche: l’Istituto Tecnico per l’Elettronica e le Telecomuncazioni prima, ed Ingegneria Elettronica poi.

Notare che ho scritto “non farei mai le stesse scelte“, perchè fortunatamente i miei genitori non hanno mai insistito per farmi prendere una strada piuttosto che un’altra. Ho avuto sempre la possiblità di poter dire l’ultima parola in tutte le decisioni che ho preso.

Comunque questo non è bastato nel non farmi cadere nella trappola delle etichette. Da un lato ho assecondato ciò che genitori e insegnanti si aspettavano da me: era scontato intraprendere una carriera tecnologica per un bambino appassionato di computer, di tecnologia e bravo in matematica.
Dall’altro ho effettuato le mie scelte avendo poca o nessuna conoscenza delle alternative a disposizione, avendo come unico esempio concreto e vicino, mio cugino che aveva intrapreso lo stesso identico percorso poi scelto da me.

Al momento non sono padre, probabilmente in futuro, ma se un giorno, durante un pranzo di Natale, sentirò una vecchia zia chiedere a mio figlio “Che lavoro vuoi fare da grande?“, sarà mia premura spiegargli che potrà fare ciò che vuole, e che non deve deciderlo alla sua età.

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco, ancora non lo sanno.

The Big Kahuna – Monologo finale